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martedì 1 luglio 2008

i passi del sacro al femminile



donne druido

Nel Druidismo la donna è molto rispettata. Il sacerdozio è aperto ad entrambi i sessi e mentre il sacerdote uomo viene chiamato druido, la donna è semplicemente sacerdotessa. In genere le donne celebrano i riti dedicati alla Dea e tutti i riti di fertilità e morte che scandiscono l'anno. Molti ritengono che le sacerdotesse svolgessero in passato le cerimonie più importanti, in realtà ogni rito aveva la stessa importanza e valenza mistica, e quelli fondamentali erano presieduti sia da sacerdotesse sia da druidi.

Nella religione druidica ha grande importanza l'unione sessuale di uomo e donna, si ritiene che durante un rapporto sessuale si sprigioni enorme energia mistica, in quanto l'unione di uomo e donna simboleggia l'unione del Dio e della Dea, il principio maschile e quello femminile.
Con l'avvento del cristianesimo si tentò di fermare i rituali di tipo sessuale, il sesso al di fuori del regolare matrimonio religioso era ritenuto peccato; l'unione dei due sacerdoti era quindi considerata peccaminosa. La propaganda cattolica si focalizzò sul principio maschile della divinità: Cernunnos, in quanto le donne avevano scarsa rilevanza nella vita cattolica del tempo.
Si suppone che sia stata imbastita una campagna volta ad assimilare le vecchie credenze a culti demoniaci, e le raffigurazioni di Cernunnos sono divenute le immagini di Satana, e c'è stata una sovrapposizione delle feste sacre, per avere la certezza che i fedeli cattolici non partecipassero ai riti della vecchia religione.
Il rapporto sessuale rituale è diventato una lotta tra succube e demone, in cui la sacerdotessa era descritta come una donna che era stata sedotta dal maligno e costretta ad atti riprovevoli con il demonio stesso.
Con il tempo sono state assimilate anche altre divinità che non potevano essere cancellate.
Nel limite del possibile sono state assimilate a demoni preesistenti nella cultura cattolica.
Mentre i druidi e le sacerdotesse rimasti furono oggetto di persecuzione nella veste di Stregoni, eretici, fattucchiere o assassini, accusati dei crimini più efferati, nel tentativo di soppiantare la religione Druidica.

fonte: www.wikipedia.it

le sacerdotesse celtiche

Non abbiamo prove storiche certe del fatto che le “Druidesse” fossero delle Sacerdotesse appartenenti all’ordine dei Druidi, e neppure del fatto che le donne fossero effettivamente ammesse a far parte dell’ordine druidico.

Esaminiamo a questo proposito gli scritti dei biografi imperiali:
Tacito nei suoi Annales, XIV, 29-30 narra della battaglia combattuta nel 61 d.C. sull’Isola di Mona (l’odierna Isola Anglesey) in cui i Romani, guidati da Svetonio Paolino, distrussero il Sacro centro dei Druidi di Britannia massacrandone tutti gli appartenenti.

Tacito descrive la presenza, accanto ai Druidi, di donne vestite di scuro con i lunghi capelli sciolti al vento che agitavano fiaccole.
Questa può essere considerata senz’altro una prova che le donne avessero una certa influenza nelle questioni spirituali anche se non possiamo dire con certezza che si trattasse di Sacerdotesse appartenenti all’ordine druidico.

“Stabat pro litore diversa acies, densa armis virisque, intercursantibus feminis, [quae] in modum Furiarum veste ferali, crinibus disiectis faces praeferebant; Druidaeque circum, preces diras sublatis ad caelum manibus fundentes, novitate adspectus perculere militem, ut quasi haerentibus membris immobile corpus vulneribus praeberent. dein cohortationibus ducis et se ipsi stimulantes, ne muliebre et fanaticum agmen pavescerent, inferunt signa sternuntque obvios et igni suo involvunt.”

Flavio Vopisco nel suo Historia Augusti, XIV, 2-3 fa riferimento alla profezia di una Sacerdotessa druidica nella seconda metà del III secolo:
“Diocleziano, che militava ancora nei ranghi inferiori, ed era di stanzia in Gallia nel paese dei Tungri, si trovò in una locanda a fare i conti dei suoi costi giornalieri con una donna che era una druidessa. Questa a un certo punto gli disse “Diocleziano, sei troppo avaro e spilorcio!”. Ed egli le rispose scherzando: “Quando sarò imperatore, allora sì che largheggerò”. E si dice che la druidessa abbia risposto: “Diocleziano, non scherzare, sarai infatti imperatore, dopo aver ucciso il cinghiale”.
In effetti quando Diocleziano uccise il prefetto Arrio soprannominato “il cinghiale” divenne imperatore e si avverò così la profezia della Druidessa.

Ancora Vopisco nel suo Historia Augusti racconta che Aureliano avesse consultato le Druidesse di Gallia chiedendo loro se l’Impero sarebbe rimasto in mano ai suoi discendenti, ma che queste risposero che nessun nome sarebbe stato più famoso di quello dei discendenti di Claudio:
“Quindi, secondo Diocleziano, Aureliano un giorno consultò le Druidesse di Gallia per chiedere loro se l’Impero sarebbe restato in mano ai suoi discendenti, ma quelle risposero che nessuno nello Stato avrebbe avuto un nome più eclatante di quello dei discendenti di Claudio” Lampridio nel suo Historia Augusti LX racconta che nel 235 d.C. Alessandro Severo aveva iniziato una spedizione in Gallia per liberarla dai romani e che, mentre si accingeva a partire, una profetessa druidica gli urlò in lingua gallica: “Va’ ma non sperare nella vittoria e non fidarti dei tuoi soldati”. E infatti Alessandro Severo morì poco tempo dopo per mano dei suoi soldati.

Di queste donne chiamate dai Romani “druidesse” sappiamo soltanto che predicevano la fortuna ed è quindi possibile che il nome dryades, o una forma simile, sia stato loro attribuito dagli autori latini a causa di un fraintendimento originato da una scarsa conoscenza dello status e delle funzioni dei veri Druidi: le “druidesse” possono aver di fatto rappresentato, agli occhi acritici dei biografi imperiali, quel che restava di una funzione ben documentata tra i druidi fin dalle origini cioè la divinazione; e per questo possono averle chiamate con quel nome, incuranti di un loro autentico legame con l’ordine dei Druidi, solo per indicarle come donne sapienti. Tuttavia sappiamo che in passato figure di interpreti e indovini erano considerate un sottordine dei druidi e quindi è possibile che queste donne, continuando l’opera dei vati, fossero investite di un’autorità tradizionale che autorizza in un certo senso a considerarle membri dell’antica casta sacerdotale. Di conseguenza non c’è nulla di improbabile nell’immagine di donne che in Gallia avevano la reputazione di druidi, anche se l’associazione del loro ruolo di indovine con una vita da locandiere, come emerge dal brano di Vobisco, dà chiaramente il senso del livello molto basso a cui era sceso il druidismo nel III secolo.

Esistono invece prove, seppure incerte, della presenza tra i Celti di Sacerdotesse nel vero senso del termine chiamate spesso in lingua irlandese Bandrui:

La donna nella Società Celtica rivestiva ruoli più importanti rispetto a quelli rivestiti in altre civiltà contemporanee, ruoli paragonabili a quelli degli uomini poiché non esistevano discriminazioni sessuali, e quindi le donne godevano spesso di una grande considerazione; la storia e le leggende sono ricche di importanti figure femminili che furono non solamente guerriere ma anche Sacerdotesse e profetesse.
Ricordiamo la Regina Boudicca, guerriera e Sacerdotessa della Dea Andrasta (dea dei corvi e delle battaglie simile alla divinità irlandese Morrigan); Medb, il cui nome significa “esaltazione” e che era considerata una profetessa; Scathach, Regina guerriera che istruì l’eroe irlandese Cu Chullain; Banbhuana, figlia di Deargdhualach e maestra del Druido irlandese Mogh Roith; Camma, Sacerdotessa della dea Brigit; Nessa, madre del Re Conchobar che prese il nome di sua madre invece che quello di suo padre e fu così chiamato mac Nessa Conchobar; Fidelma cui si fa riferimento nel famoso ciclo epico irlandese Tain Bò Cuailnge, druidessa dotata di capacità di preveggenza e descritta come una giovane armata, vestita di una tunica rossa, con capelli biondi e lunghissimi raccolti in tre trecce, occhi dotati di tre iridi e una bacchetta leggera in mano.

Ricordiamo infine la figura di Véleda (I secolo d.C.) appartenente alla Tribù dei Bructeos che, grazie al compimento delle sue predizioni durante la rivolta delle Tribù gallo-germaniche contro i romani nel 69 e 70 d.C. fu rivestita di un prestigio sacro tra i celti e i germani. Tacito a questo proposito racconta che nessuno poteva parlare personalmente con Véleda e che la donna dava i suoi responsi chiusa in un’alta torre: “Tencteris legati ad Civilem ac Veledam missi cum donis cuncta ex voluntate Agrippinensium perpetravere; sed coram adire adloquique Veledam negatum: arcebantur aspectu quo venerationis plus inesset. ipsa edita in turre; delectus te propinquis consulta responsaque ut internuntius numinis portabat” (Historiae, IV, 65).

Importante è anche il mito delle c.d. Insulae Feminarum. Nell’VIII secolo Immram Bran scrive “Non poltrire su un inetto giaciglio, e non lasciare che lo smarrimento ti assalga: intraprendi un viaggio sul limpido mare, per scoprire se è in tuo potere trovare Tir na mBan, la Terra delle Donne”. Queste Isole magiche popolate di misteriose maghe, a cui si fa riferimento in alcune leggende celtiche, non sono senza rapporto con l’isola di Avalon della leggenda Arturiana. Terra mitica di Druidi e Sacerdotesse devote alla Luna, Avalon era perennemente avvolta dalle nebbie per far sì che non fosse trovata; quest’isola era anche detta Albion o Emain Ablach cioè Isola delle Mele ed era considerata il luogo magico dove tutto cresce in abbondanza e spontaneamente. Avalon era posta tra il mondo reale e quello ultraterreno della tradizione celtica e infatti nessuno degli antichi scrittori ha mai identificato una località reale con quest’isola mistica.

D’altra parte però anche molti autori latini hanno fatto riferimento a isole su cui si trovavano organizzazioni religiose femminili: Posidonio racconta dell’esistenza di un isola sulla foce del fiume Loira su cui vivevano delle donne consacrate a Dioniso (Dionyso Katechoménas: evidentemente sotto la denominazione greca attribuita al dio si nascondeva un dio celta locale) e narra come in questa Isola -santuario fosse proibito l’accesso agli uomini; Artemidoro fa invece riferimento a una Sacerdotessa Celta chiamata Gallizena che era legata al culto di Demetra (ancora una volta l’autore denomina una divinità celta con un nome greco) e abitava un’isola del litorale Britannico.

Pomponio Mela nella De Chorographia III, 6, 48 descrive un’organizzazione religiosa femminile in Gallia: quella delle nove vergini dell’Ile de Sein. Queste donne riservavano i loro rimedi e le loro predizioni a chi avesse intrapreso la navigazione per consultarle e, secondo il geografo romano, erano chiamate Bandrui ed erano ordinate in tre diverse categorie. La categoria di minore autorità era quella delle Sacerdotesse che vivevano perennemente recluse sull’Isola ed erano tenute ad osservare un voto perenne di castità, queste Sacerdotesse avevano il compito di alimentare il sacro fuoco perenne in onore delle divinità femminili cui erano consacrate; la seconda categoria di Sacerdotesse aveva il permesso di sposarsi ma doveva comunque rimanere all’ interno del santuario fatta eccezione per pochi giorni l’anno in cui potevano allontanarsi per compiere i propri doveri coniugali, queste Sacerdotesse potevano parlare con la gente e compiere profezie e, secondo Mela, leggevano il futuro sulle foglie del vischio; le Bandrui della classe più alta invece accedevano al loro ruolo solo dopo molti anni di studio e un rito di passaggio, potevano circolare liberamente e avevano il compito di mantenere vive le tradizioni religiose, praticavano l’astrologia e leggevano il futuro osservando le vittime dei sacrifici umani (sacrifici che comunque potevano essere compiuti solo dai Druidi maschi); Pomponio Mela racconta infine che le più potenti di queste Bandrui avevano il potere di comandare i venti e le tempeste, di trasformarsi in uccelli e di curare le malattie più terribili; queste donne erano riverite come divinità dal popolo, potevano dominare la magia delle pietre e delle erbe curative, preparavano i moribondi a una dolce morte, e si occupavano delle nascite e degli incantesimi d’amore.

Continuando ad analizzare miti e leggende scopriamo come le epopee irlandesi fanno spesso riferimento a delle maghe dotate di poteri straordinari e iniziatrici dei giovani tanto in campo guerresco che in campo sessuale. In Irlanda si narrava dell’esistenza di indovine che venivano comunemente associate ai Druidi e che alcuni scribi medioevali hanno definito bandrui; leggende ed iscrizioni citano spesso le “nove maghe” preposte a custodire le acque, e compaiono riferimenti alle banfhlaith vergini custodi dei fuochi sacri, e a sacerdotesse in grado di suscitare tempeste, provocare malattie, uccidere i nemici con maledizioni ed evocare le nebbie; le Sacerdotesse che compaiono nelle leggende irlandesi sono descritte come guaritrici ed erboriste, veggenti e profetesse, donne sagge e “streghe”.
Anche il culto della Dea Brigit è un culto prettamente femminile: tre mesi dopo Samain e quaranta giorni dopo Yule, il 1 febbraio, i Celti celebravano la festa di Imbolc dedicata alla Dea Brigit, festa di purificazione in cui si esaltava il Fuoco ma anche l’Acqua Lustrale. La Dea Brigit portava il soprannome di Belisama “la Splendente”, al suo culto non erano ammessi gli uomini e le erano invece consacrate 19 sacerdotesse che vegliavano su un Fuoco perpetuo. Il numero 19 non è casuale: è infatti legato ai cicli lunari poiché secondo il Ciclo Metonico ogni 19 anni la Luna presenta la stessa combinazione di fasi rispetto ai giorni del Calendario Solare. (c.d. Ciclo Metonico dal nome dell’ateniese Metone che lo scoprì già nel 433 a.C. calcolando che ogni 235 lunazioni medie i noviluni si riproducono nelle medesime date).

fonte: http://gothiccelticforum.forumcommunity.net/?t=2656575

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