Questo diario è lo specchio della mia anima, non sempre nitido, quindi, non sempre univoco, ma sicuramente intimo e prossimo al mio più vero sentire.

Restate pure con me, sostate, riposatevi, condividete, con rispetto, educazione e disponibilità di cuore.


Questo bosco è la mia casa.







giovedì 4 settembre 2008

una storia _ prologo


Sarebbe lungo raccontare ora come sia giunta a questo punto.
Forse un giorno, quando tutto sarà finito. Se avrà ancora importanza farlo.
Ma non per me, non per me. Io che lo vivo. Io che lo subisco. Io che sto lottando. No, non per me.
Ma devo raccontarlo, devo farlo, prima che sia tardi.

L’odore della sua pelle era ancora marchiato sulla mia.
Ero nascosta tra le lenzuola di quel grande letto, umiliata e immusonita.
Il mio amante era un atletico sensuale esemplare di maschio di circa quarant’anni, alto, prestante, occhi e capelli corvini, una voce pastosa, leggermente roca, modi sbrigativi, rudi, da predatore.
Ci dividevano la lingua, la nazionalità, la religione.
Lo avevo incontrato la sera precedente in un locale dove avevo trovato rifugio.
Ero sola per strada, una sciocca donna sola che pensa di poter camminare alle dieci di sera nella sua città odorante di miasmi umani e animali, che rischia lo stupro, che si ricovera come un animale braccato nel primo posto che trova, un locale per uomini, beve per far passare la paura e finisce lontana, altrove, puttana per una notte, a dare consenziente, più o meno, ad un maschio quello che un altro avrebbe voluto rubare.
Era uscito dalla doccia, nudo, bellissimo. La sua fisicità aveva qualcosa di divino, di primitivo, di introvabile.
Era forte, dominatore, sensuale, orgoglioso, mi piaceva guardarlo e nonostante l’imbarazzo, restai ad ammirarlo.
Se ne rese conto. Voltò lo sguardo a cercare il mio. Era affilato, duro, contrariato quello sguardo.
Mi alzai, coprendomi. Non mi piaceva il mio corpo, nonostante le mie forme generose e perfette innestate su un fisico snello fossero appetibili. E dopo quella notte non ero nemmeno più vergine.
Mi nascosi in bagno, riempii la vasca d’acqua e vi entrai, chiudendo gli occhi.
Quando uscii, la stanza d’albergo era deserta.
Mi rivestii, presi la mia borsa e me ne andai.
Forse avrei potuto dimenticare quella notte.
Forse.

Lo rividi venti giorni più tardi.
Il sole picchiava duro quel mattino di fine luglio. Ero esausta. Smisi per un istante di caricare il furgone, sollevai la testa e legai i capelli sulla nuca alla meglio con un elastico, drizzai la schiena puntando le mani sui reni e poi allungai le braccia per riprendere fiato.
Indossavo una camicetta, annodata in vita, candida a fiori minuti e pantaloni neri. Quello era il mio lavoro.
Una macchina mi passò accanto, un’auto potente, sportiva, tedesca, blu notte.
Si fermò accanto a me. Il finestrino dal lato guida scese lentamente.
La prima cosa che incontrai furono i suoi occhi.
Rimasi a bocca aperta per lo stupore.
- Che fai qui? – domandò, usando la mia lingua con ottima padronanza e una sfumatura di accento.
- Ci lavoro.-
- Dove vivi? –
Ora sorrideva, un sorriso soddisfatto come quello del predatore che dopo lunga caccia abbia ritrovato la propria preda.
- Che te ne importa? Non so nemmeno chi sei! –
Lo udii ridere e sospirare.
- Bambina cattiva. Verrò a saperlo comunque. Credi che il mio letto sia di solito il ritrovo per vergini solitarie e ubriache?-
Gli voltai le spalle. Ero preda della vergogna.
- Tranquilla, piccola mia. Ci rivedremo! – assicurò ridendo.
Mi voltai solo quando il rombo della sua macchina fu ormai un ricordo nell’aria ferma del giorno.

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