Questo diario è lo specchio della mia anima, non sempre nitido, quindi, non sempre univoco, ma sicuramente intimo e prossimo al mio più vero sentire.

Restate pure con me, sostate, riposatevi, condividete, con rispetto, educazione e disponibilità di cuore.


Questo bosco è la mia casa.







lunedì 28 luglio 2008

Adesso vi racconto una storia...


La notte scivolava silenziosa nell’aria calda e ferma e la rugiada stava illanguidendo i fili d’erba mentre i miei piedi nudi si posavano sulla terra fragrante.
La luna piena inargentava le cime degli alberi e riempiva di stupore la notte, facendone uno specchio verace del giorno, rivelandone l’anima nascosta, il volto celato alla luce del sole come a chi non possa comprendere la verità oltre la mera soglia del quotidiano.
Raccolsi nella mano destra una noce, un guscio duro e profumato, ancora sporca di terra, umida, scabrosa al tatto.
La strinsi con forza nel palmo, volevo che divenisse parte di me.
Rabbrividii al soffio carezzevole del vento, potevo sentire le sue lunghe dita sulla mia pelle nuda sotto l’esile camicia bianca che mi copriva fino alle caviglie.
Sollevai lo sguardo alla luna, signora silente della notte e del sogno, candida regina di un regno nascosto ad occhi profani, agli occhi di chi non sa o non vuol guardare oltre l’evidente.
Ella ristava, altera e materna al contempo, mentre le offrivo i miei pensieri incerti.
La mia nudità sotto quella fragile protezione era reale, ormai accetta come primo passo per raggiungere la vetta della collina, sulla quale sorgeva una casa, una casa che, disabitata da tempo, abitava da sempre i miei sogni.
Avevo messo a tacere la mente, avevo sussurrato una cantilena al cuore, avevo addormentato i sensi perché si destasse la donna che viveva in me e che era rimasta sepolta per tutto quel tempo dalle macerie di una vita che a volte non riconosceva come sua.
Raccolsi le mie erbe, raccolsi le dodici erbe per la notte di San Giovanni, perché la porta del solstizio che si era spalancata come voragine dinanzi ai miei passi, non si chiudesse senza che io ne avessi varcato la soglia.
La loro fragranza riempì le mie narici, l’odore vergine della terra smossa gravida di rugiada mi inebriò e io rimasi, con gli occhi chiusi, a goderne.
La luna, signora perenne, con le sue lunghe braccia mi carezzava il volto e le spalle e io mi rialzai per tornare sui miei passi, un piede dopo l’altro, perché il ritorno non è mai altro che l’inizio di un nuovo cammino, un inesausto andare che più non ci abbandona.

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