Questo diario è lo specchio della mia anima, non sempre nitido, quindi, non sempre univoco, ma sicuramente intimo e prossimo al mio più vero sentire.

Restate pure con me, sostate, riposatevi, condividete, con rispetto, educazione e disponibilità di cuore.


Questo bosco è la mia casa.







domenica 23 dicembre 2012

Una sera d'Inverno

Una sera d'inverno, finalmente inverno, una sera d'inverno e sto riprendendomi da una brutta influenza.
Un periodo in cui ti disintegri, quello della malattia, quello che sei, quello che puoi, quello che vuoi, tutto svanisce, perde consistenza, non ha importanza, perché il tuo corpo non t'appartiene più e puoi solo starci assieme mentre soffre, compagno misero e fedele del tuo andare, del tuo essere.
I pensieri si slegano, scivolano via dalla mente, i sogni si fanno vividi e palpabili, ma è solo la febbre che ti bistratta perché deve guarirti.
Da cosa? Non lo sai e non importa. Magari un giorno lo scoprirò, se sarà necessario.
E se non lo farò, avrò comunque imparato quanto siano reali i confini ben disegnati, così incisi nella roccia, del corpo, delle possibilità dell'umanità, dove l'ordinario diventa straordinario solo quando diviene veramente pienezza d'umanità, altrimenti resta in superficie e s'affida alla fantasia come si farebbe con una cattiva balia indulgente, cosa che la fantasia non può essere, ella serve la ragione prima di tutto.
Se non fossimo così assurdamente ragionevoli non saremmo tanto pazzi!
E' l'irragionevolezza che ci salverà dalla vera follia.
Andare a fondo, non fino in fondo, andare a fondo, giù, nel buio ventre oscuro caldo della tana dove tutto arde, dove il fuoco dentro e fuori di te ti fa male, dove tutto sposa ciò che non è, che non vorresti che fosse, mentre ti senti precipitare verso la perdita del controllo totale, sei sola, sei dipendente da altri, ma nella tua carcassa malata ci stai da sola, agli altri non importa, le parole sono di circostanza, anche quelle più oneste e affettuose non possono varcare la soglia entro la quale ti ritrovi chiusa, una fornace ardente che ti consuma le ossa cariandole dall'interno, che t'asciuga il respiro spaccandoti il petto con la tosse, che ti fa bruciare occhi e testa e mentre vomiti via pure l'anima, perché non sai più nè vuoi più mangiare qualcosa, ti accorgi che hai troppe cose sullo stomaco di cui vorresti disfarti e che tutto sommato ti sta andando bene se non vengono fuori rospi e ragni, come nelle fiabe dove le cattive azioni e le cattive parole sono ripagate con gli animali della notte.
Credo che questa malattia prima di natale, che è cominciata a svanire nel solstizio, abbia il suo motivo, ma è Inverno, signore dell'Anno, quindi se voglio cercarlo devo scavare a mani nude nella terra gelata, dura e chiusa. Farà male. Quello a cui sto pensando però è: sarò in grado di capirlo o troppi cancelli ho varcato lasciandomi alle spalle sentieri appena intrapresi e subito abbandonati per paura di trovare una fonte dove avrei potuto vedere il mio vero viso?
Finalmente inverno, il mio amato sentire. Finalmente.

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